26/08/13

Work/works - Perché il lavoro flessibile? Più lavoro flessibile più occupazione?

Le imprese non operano più con i magazzini ma tendono a legare strettamente l'andamento della produzione alle vendite. Gestionalmente significa che le aziende tendono anche ad operare secondo le logiche del "giusto in tempo" e solo su domanda. La forza lavoro in questa logica operativa viene considerata una merce disponibile a richiesta e utilizzabile per quanto serve. Per ottenere questi risultati, anche grazie alle tecnologie informatiche disponibili, si tende a disarticolare i processi produttivi in unità piccole, autonome e separate impegnate a raggiungere obbiettivi di produttività.

Le aziende vengono così nel complesso deresponsabilizzate sul piano sociale dalle conseguenze derivanti dalla loro attività e pensano che il problema dell'ccupazione sia un problema di altri, dello stato o della comunità in generale. Ad aggravante del fenomeno si registra in tutto il mondo che i fondi (specialmente quelli pensionistici anglosassoni) ormai sempre piu presenti in tutte le grandi aziende, esigono rendimenti a due cifre e chiedono alle aziende di concentrarsi solo sulla produttività. In questo contesto diventa cruciale, nel dibattito economico post crisi, capire se l'aumento generalizzato della flessibilità, continuamente perseguito e sostenuto da tutte le parti ormai da oltre un decennio, corrisponde all'aumento del tasso di occupazione. Un eminente studioso del problema, Luciano Gallino, così sintetizza: "la correlazione tra innalzamento della flessibilità del lavoro e tasso netto stabile di creazione di nuovi posti di lavoro, o di riduzione della disoccupazione, richiamata a ogni pie' sospinto da politici, accademici e media, non trova alcun sostegno di qualche robustezza nell'evidenza disponibile" ovvero "non esiste alcuna evidenza a sostegno della ipotesi che facilitare i licenziamenti accresca l'occupazione".

Intanto il processo in atto è irreversibile. La progressiva deregolazione del mercato del lavoro per via legislativa ha ricondotto sempre di più la logica contrattuale tra datore di lavoro e il lavoratore a livello transazione per l'acquisizione di merce fruibile secondo necessità. Ma la "dichiarazione di Filadelfia del 1944 " sottoscritta da governi, sindacati e imprenditori, affermava che il lavoro non è una merce poiché "è un elemento integrale e integrante del soggetto che lo presta, dell'identità della persona, dell'immagine di sé, del senso di autostima, della posizione nella comunità, della sua vita familiare presente e futura. Brutto quindi sentir parlare di "mercato del lavoro"... In sintesi estrema e drammatica possiamo affermare che i lavori flessibili comportano rilevanti costi personali e sociali, a carico dell'individuo, della famiglia, della comunità e la flessibilità ottenuta non ha, purtroppo, generato nuova occupazione....